"...a tutte le parole che non sono con me ora e che arriveranno, poche per volta, per non esagerare..."
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Primo giorno. Contratto di tre mesi, quasi per formalità, poi a tempo indeterminato. La ditta è vicino casa. 10 minuti in macchina. Officina meccanica di precisione, macchine a controllo  numerico, torni e frese. Ambiente tranquillo, niente stress da produzione, orari normali, in tutto 6 persone a lavorare, compresi i due fratelli titolari. Si entra alle 8, pausa pranzo, si esce alle 5.
Non so fare niente, ma il capo lo conosco da tempo. Era cliente dei locali dove lavoravo. Appena arrivato mi consegna il vestiario. Tuta, maglietta, felpa, pantaloni, scarpe antinfortunistica.
Non so fare niente, ancora, comincio da zero. Per ora si tratta di caricare i pezzi grezzi di alluminio su una macchina che impiega circa due ore per lavorarli. Scaricare i pezzi lavorati, pulirli e ricominciare. Mentre la macchina lavora c'è tempo per cercare di capirne la programmazione, tempo per guardarsi in giro, per fare conoscenza.
Sono stato interinale, senza certezze e senza  sbocchi. Oggi, dopo solo un giorno, sono a tutti gli effetti una "tuta blu", con qualche sia pur minima prospettiva, nonostante tutto. Un'altra vita.

(foto: Massimo Ghini in tuta blu nel film su Guido Rossa)
lunedì, 28 aprile 2008


«
Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un Italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra Costituzione.»
(Piero Calamandrei)

venerdì, 25 aprile 2008


Earth Day
(... la vedo male...)
lunedì, 21 aprile 2008
mercoledì, 09 aprile 2008
venerdì, 21 marzo 2008


È da un po' ormai che mi mancano le parole, per dire quasi tutto, ma di questo fine settimana appena passato volevo almeno dire grazie.
All'aria di mare che mi ricorda da dove vengo, e dove probabilmente andrò a finire, prima o poi.
Ai gatti, che sanno esattamente qual è il senso, in tutti i sensi.
Alla meditazione rimandata, che tanto quello che conta è essere presenti a se stessi.
Ai soffitti alti che accolgono più a lungo l'aroma delle parole.
Alle polpette che ridono.
A quei quattro passi nel vento che chiamano altri passi.
Presto.

:-)
lunedì, 10 marzo 2008



                       un viale
                       lungo una mattina intera
                       nel nulla apparente di brina
                       un attimo prima
                       che il sole cominci a scoprire le carte
                       stracce sui cigli
                       e più sotto

                       un alito
                       gelido d'ambra seccata
                       un attimo prima che il giorno
                       pieno si spieghi
                       raccogliendo piano le ombre
                       lunghe nella pianura
                       interrotta

                       un passo di troppo è impensabile qui
                       come una parola
                       nell'arco finale che accoglie
                       un attimo prima
                       di perdersi in un gesto
                       d'amore
giovedì, 28 febbraio 2008

La prima volta che lo vidi era venuto a lavorare al montaggio del bar estivo, dentro il cortile del vecchio carcere dismesso. Sopravviveva di lavoretti saltuari e di fotografie. Alto e magro, scarpette di tela bianca, pantaloncini corti da bambino, maglietta rossa. La macchina fotografica sempre dietro, a cercare di fissare il tempo. Discussioni interminabili sulla giusta posa in opera di una vite o di un pannello, ma subito intesa sul modo di affrontare il lavoro. Impegno e rispetto, senza risparmiarsi. E poi i racconti. I viaggi per l'Europa senza una lira, ma un carico di fotografie al ritorno con cui strappare una mostra a qualche piccola galleria o a qualche bar con le pareti libere. Il servizio d'ordine di Lotta Continua, le botte date e prese, i denti rotti, i sogni spezzati, gli scontri con la ritrosia della città a tirarsi fuori dalla melma di "saltimbanchi e vecchie zie che infestano il paesaggio". E poi le pause infarcite di canti partigiani, intonatissimi,  Rolling Stones e De Andrè, e poesie surreali e futuriste, estemporanee e demenziali.

Il Cuba Libre non è un cocktail IBA. Non è codificato dall'associazione internazionale dei gestori di bar. Per questo ogni barman lo fa come vuole o come impone la tendenza del luogo o del momento. La base alcolica è il rum, circa 50 g, miscelato nel tumbler alto da long drink, sul ghiaccio a cubetti, con circa 1/2 bottiglietta di Coca Cola e circa un cucchiaio di succo di limone. Ed è sul quel "circa" che si gioca tutto. Su quale rum e in quale quantità, in rapporto alla Coca Cola, sul mettere o no il succo di limone, sull'usare o no la fettina di limone per decorare, piuttosto che due pezzi di lime, spremuti con le dita o schiacciati col pestello insieme a due cucchiaini di zucchero di canna. Su ognuna di queste cose si può intavolare una diatriba tra avventori o un litigio col barman.

Felix, così gli piace farsi chiamare, spesso ti si avvicina, mentre stai pensando ai fatti tuoi o stai parlando con qualcuno, e ti propina la sua filippica alcolica, ripetitiva e sconnessa, contro la città bigotta e razzista, contro i cassonetti stracolmi di inutilità, contro quella scema che mi guarda storto, contro il barista che gli ho chiesto da bere da mezz'ora. E' suscettibile, Felix, ma è anche generoso. Della sua  risata afona, ma col risucchio urlato, delle sue mani bollenti da pranoterapeuta, del suo senso di colpa per le nefandezze dell'Occidente. E anche della sua esperienza in fatto di bevute.

Il Cuba Felix è una variante "colta", frutto di conoscenze alcoliche variegate, di esperienza diretta e affinamento progressivo. Dopo lunghe e ripetute sedute di prova si arriva a un gioco di equilibrati contrasti. Innanzitutto il tumbler basso, old fashioned, per distinguersi. Ghiaccio a colmare. 4/10 di rum tassativamente Barbancourt, più secco degli altri, per contrastare meglio, e meglio equilibrare, i 6/10 di Coca Cola. Una spruzzata di Triple Sec e in opposizione due gocce di Angostura. Due pezzetti di lime, ma non spremuti, solo per l'aroma. Niente zucchero, niente limone.

Dopo aver sbandierato per mesi la sua "creatura", dopo aver istruito i barman di mezza città, che l'hanno messa nel loro repertorio, dopo essersi guadagnato anche la citazione di qualche rivista specializzata, Felix ha abbandonato il suo drink al suo destino. Ora esiste ed è di tutti. Intanto lui continua a sopravvivere, tra colazioni a base di vino bianco e aperitivi a base di Martini Cocktail. Gira la città con un carrello, pieno di locandine e flyer, agganciato alla bicicletta. Ha fatto della distribuzione di volantini pubblicitari il suo sostentamento, e in questo lavoro, come nelle polemiche etiliche senza fine, non ha rivali.
mercoledì, 13 febbraio 2008


domenica, 27 gennaio 2008

Arriva trafelato più di mezz’ora prima dell’orario suo. Fa il suo ingresso da star, salutando i presenti con baci volanti e sorrisi smaglianti. Attraversa la sala con incedere da modello e va a parlottare in disparte con la proprietaria. Dicono che faccia la spia. Di sicuro le fa il resoconto della sera prima. Gli errori e i problemi, con i clienti e con i colleghi. Racconta quelle che secondo lui sono le cattiverie degli altri baristi, l’insubordinazione delle ragazze che stanno in sala. Poi si allontana. Sale su agli spogliatoi e ci rimane almeno venti minuti. Si sente da fuori rumore di phon e odore di lacca o schiuma per capelli. Indossa le sue magliette aderenti e lucide e scende a prendere il suo posto dietro al bancone. Non si preoccupa del carico dei frigoriferi e della preparazione del banco, che gli spetterebbe, ma si mostra infastidito se non trova tutto al suo posto. Non è molto amato, e forse ne soffre. Si circonda di amiche, brasiliane come lui, ma è abbastanza evidente che non è interessato a loro. Non sessualmente, almeno.

Il Dudù Martini è una variante brasiliana di quello che di solito viene chiamato Cocktail Martini, ma che in realtà è il Montgomery, inventato da Ernest Hemingway, venti anni dopo, a Cuba, come variante alcolizzata del Martini originale, dove si mantengono i 2/10 di Martini Extra Dry e si miscelano agli 8/10 di gin (il migliore possibile!)
Nel Montgomery si sciacqua il ghiaccio nel mixing glass con il Martini Extra Dry, che poi si butta via (in alternativa si versa nel bicchiere ghiacciato, e dopo si butta via). Si mette il gin e si agita. Pochi secondi e si versa il gin così aromatizzato nella classica coppa cocktail. Si decora con oliva verde e si finisce, a scelta, con twist di scorza di limone.


La prima e ultima volta che gli ho chiesto da bere è stata una delle pochissime sere in cui sono rimasto nel bar, dopo il lavoro. Finito il servizio a pranzo, passo in cucina a preparare l’aperitivo, e di solito vado subito via. Quella volta mi sono trattenuto, insieme agli altri che staccano con me.
- Allora, bimbi, cosa vi do da bere? – dice Dudù, con tono di sfida – Ci devo pensare io a farvi mandar giù bene questi aperitivi così tristi? - indicando i vassoi pieni di stuzzichini che gli ho messo davanti.

La versione di Dudù prevede che ci si dimentichi di preparare le olive verdi sul banco, che ci si metta a chiacchierare di bandane e camicie da discoteca con gli amici, invece di raffreddare il bicchiere, che si confonda la bottiglia di gin con una di vodka e si ricominci da capo, che si stia minuti a rigirare il gin nel ghiaccio in modo che si annacqui per bene, fino a quando non è il cliente allarmato che pensa ad avvertire il barman che forse basta così.

Ha messo in giro la voce che guadagna il doppio di tutti gli altri. E forse è vero. E forse si spiega con il suo ruolo di informatore. Si comporta come se fosse il proprietario e dice di sentirsi solo.
La sua specialità è la scenografia. È stato assunto perché si inventa beveroni coloratissimi e imbevibili, decorati come ballerine di samba, che mandano in visibilio i titolari del locale.
- A me un Cocktail Martini – rispondo con un po’ di cattiveria, per metterlo alla prova con le cose serie e aspetto, con un po’ d’ansia, il momento cruciale.
- E basta! – gli dico, quando vedo che insiste a girare il gin nel ghiaccio.
- Oh, Ciccio, lo so io come si fa il Martini! – facendosi forte dell’appoggio della proprietaria, che guarda la scena seduta davanti alla cassa.
Fa il gesto di porgermi il bicchiere e io lo appoggio sul banco, senza assaggiarlo.
- Questo te lo bevi tu,  alla mia salute – con un gran sorriso vado alla cassa, soddisfatto pago ed esco. Una birra al circolino e poi a casa.
sabato, 19 gennaio 2008

martedì, 01 gennaio 2008


                              come il mare c'è solo il mare
                              quando si avvicina
                              con lievi carezze a sfiorare
                              granelli
                              e ciottoli asciutti
                              giusto all'inizio
                              di spiaggia
                              frugando tra orme di vita
                              appena passata
                              e svanita
                              quando si allunga
                              con gocce più ardite a distrarre
                              le mosche
                              impigrite dal sole
                              sulle spalle nude del giorno
                              quando con spruzzi più lesti
                              viene a lisciare
                              gli arbusti
                              ingrigiti dal sale
                              tra le dune soffici di un tempo
                              senza fine
                              quando non resta a guardare
                              i tronchi dei pini marini
                              ma li sfida a restare
                              diritti
                              davanti alla forma del vento
                              quando aggredisce
                              gli scogli neri
                              e fragili di civiltà
                              e quando ruba per sempre
                              i coralli vivi
                              dei sogni
                              dagli occhi del mondo
                              quando se ne torna a montare
                              una nuova magnifica
                              onda d'amore illuso
                              per la terra
venerdì, 21 dicembre 2007

Rinnovo adozioni a distanza
Bambini Nel Tempo
2007/2008
(per il 5° anno consecutivo!)

 Anche quest'anno 10 euro per ogni quota.
  Anche quest'anno con il gruppo Insieme.

Si raccolgono le prenotazioni di sottoscrizione, qui.

Grazie a tutti!
:-)

lunedì, 03 dicembre 2007

"E ricordatevi che il tempo vola. E noi no.
Ma il peggio sarebbe se noi volassimo e il tempo no.
Il cielo sarebbe pieno di uomini con gli orologi fermi."

(Alessandro Bergonzoni)

venerdì, 16 novembre 2007

                              è una casa fredda di sole quella 
                              che vive di un alito 
                              di vento umido 
                              e raro
                              che lo aspetta in silenzio e spera
                              che incroci nel cielo 
                              un volo di pensieri 
                              leggeri a colorare

                              sulla perpendicolare di un gesto
                              che spegne 
                              il calore del giorno
                              in un rauco soffio 
                              e un tremore di mani
                              a smuovere l'aria

                              la temperatura è stazionaria
                              il bollettino inutile 
                              e vago
                              basta un cenno ed è resa
                              alle sole notti che sanno
                              calore
                              e non tornano più

martedì, 06 novembre 2007


David Sylvian - Silver Moon
venerdì, 02 novembre 2007



Tanto in un modo o nell’altro al 15 del mese ci si arriva lo stesso. Su questo pare che contino l’agenzia e l’azienda. Il come non è importante, problemi privati dell’operaio.
Dopo la scena in filiale, il pomeriggio stesso, mi decido a chiedere direttamente a G., il maggiore dei due fratelli titolari, quello che sembra il più disponibile umanamente e con cui ho un rapporto migliore.
In un momento di calma mi avvicino a lui e comincio a raccontargli dell’esito della richiesta fatta all’agenzia, dell’inutile lettera con motivazioni, della difficoltà in cui mi trovo.
Rimane sorpreso, o almeno così appare.
- Quanto ti serve? – mi chiede, con aria titubante.
Provo a fare una lista delle spese che mi aspettano, per giustificarmi, e mangiandomi un po’ le parole mi faccio scappare una cifra, prima che si allontani.
- 200 euro, penso che possano bastare – mentendo, per non essere pretenzioso.
- Uhm, vediamo. Chiedo in ufficio, sento un pohino quanto c’è in cassa – mi dice smettendo di guardarmi negli occhi e allontanandosi frettolosamente - Ti fò sapere entro stasera e al massimo domattina.
Dopo di che più nulla. Nessuna notizia, nessuna risposta, come se niente fosse. Il giorno seguente tutto dimenticato, come se non ci fossimo mai parlati.
Rinuncio a chiedere qualsiasi altra cosa. Vado a cercarmi un transpallet per prendere un altro pancale di pezzi da forare e torno al lavoro.

Il transpallet (o traspalle, italianizzando) a mano è un particolare tipo di carrello con cui si possono spostare pesi fino a 2500 kg. Di norma è giallo, in varie tonalità, dal limone all’ocra, ma si trova anche arancione e rosso, colori accesi per renderlo sempre ben visibile.
Le due pale parallele lunghe circa 1,5m, nella posizione base stanno ad un’altezza di circa 1cm da terra, sostenute da un sistema di braccetti, pistoncini e piccole rotelle.
Ad una estremità le pale, larghe 15/20cm, si restringono fino a formare due punte arrotondate che servono ad inserirsi più agevolmente sotto i pancali, sotto i pianali delle “gondole” o di ogni altro oggetto voluminoso e pesante da spostare.
All’altra estremità esse si uniscono in una struttura di forma simile a una piramide, che contiene il meccanismo di carica e di snodo fondamentale per il funzionamento del mezzo.
Da qui parte il manubrio, di solito nero, un asta di metallo con in cima una specie di volante pentagonale. Collegata ad esso si può avere una leva, subito sotto l’impugnatura, vicino alle mani, o un pedale, vicino allo snodo.
Una volta inserite le pale sotto l’oggetto si spinge il manubrio verso il basso, ripetutamente, come una pompa manuale, e il sistema fa chiudere l’angolo tra i braccetti che reggono le rotelle. In tal modo le rotelle si avvicinano tra loro e le pale si alzano fino a toccare il piano inferiore dell’oggetto. Seguitando ad alzarsi sollevano il peso fino all’altezza voluta.
Si guida il transpallet, grazie allo snodo dell’asta del manubrio, tirando o spingendo, secondo le capacità, il peso, gli spazi disponibili, fino alla posizione richiesta.
A questo punto si tira la leva che, tramite un cavo d’acciaio, scarica i pistoncini e sblocca i braccetti, consentendo alle pale di tornare giù e al transpallet di essere estratto da sotto il peso.

Cerco di non pensare a chi e a come chiederò i soldi che mi servono. Mi preparo mentalmente a passare due settimane chiuso in casa, dopo il lavoro, e mi distraggo concentrandomi sugli aspetti tecnici degli strumenti meccanici che uso, sul loro funzionamento, e sulle azioni, altrettanto meccaniche, che faccio.
Nel frattempo sorrido nel guardare Abdul, Soltani e Rosa che usano i transpallet come dei monopattini, quando tornano in postazione dopo uno scarico. Attraversando velocemente il corridoio centrale del capannone paiono divertirsi.

giovedì, 01 novembre 2007
                                 scegli un posto
                                 per vivere
                                 un posto per dormire
                                 una strada per andarci
                                 e le scarpe scegli bene
                                 scegli un'aria 
                                 che mi scivoli sul viso
                                 una distesa di odori di vita
                                 e di respiri
                                 da seguire palmo a palmo
                                 e i polmoni scegli bene 
                                 scegli una mappa 
                                 e dimmi dov'è 
                                 ché non sono un mago ma 
                                 ti seguirei lo stesso
                                 scegli i guanti giusti
                                 per i giorni 
                                 freddi senza giochi
                                 scegli una carta dal mazzo
                                 e dimmi qual è
                                 ché non sono un mago
                                 e se ciò che scegli non è 
                                 sulla mia strada
                                 io ti seguirò lo stesso
mercoledì, 31 ottobre 2007

 È stato pubblicato ed è disponibile in rete, in forma di e-book, 

"In levare" di Massimo La Spina

su
 FEACI POESIA
www.feaciedizioni.it

Ho il privilegio di condividerne la homepage con due amici e i loro scritti:

"Les Temps des Cerises" di Lino Di Gianni
e
 "Le parole nostre" di Teréz Marosi

Voglio ringraziare per questo tutti coloro che ci hanno creduto e che mi hanno ispirato, sostenuto, spronato e convinto, ma anche coloro che in questi anni mi hanno semplicemente letto e apprezzato, o che sono soltanto passati di qua.

Buona lettura, M.

venerdì, 19 ottobre 2007

è facile in fondo
                                dirsi
                    lasciarsi raccontare
lasciare che a dire siano 
           le notti
                  analgesiche
o doloranti
i giorni farneticanti
                         e i nastri di parole
                                 srotolati 
                                            giù
                                               dal mento
                    parole che riaffiorano
da quel dolore acuto    
                                         o galleggianti
su una gioia piana
                        in      superficie       smossa 
 da scorie di noia
                      è facile contare
giocare con gli accenti
dare pesi 
            e poi misure
                                     ingannare i fuoritempo
con battiti e contorni
                                   controllati
è facile poi sottrarsi
al ripensare
all'analisi dei vuoti
tra una cosa detta                         e l'altra
facile rivolgere lo sguardo
                                      ad un altrove
                     senza
                                      sentire dissonanze
e crederlo un valore
facile è anche rinunciare
                                             a domandarsi
                            a chiedersi
a darsi
difficile è non credere che sia davvero tutto 
                                                       qui

domenica, 14 ottobre 2007

domenica, 23 settembre 2007



L’agenzia interinale si trova in centro, sui Lungarni, all’interno della Zona a Traffico Limitato. Ci posso arrivare solo in motorino, ma il tragitto non è proprio da buttar via: Piazza Poggi, Santa Croce e poi Gli Uffizi là di fronte, Ponte alle Grazie, Ponte Vecchio, Piazza Pitti, Via Maggio, Ponte di S.Trinita, Palazzo Corsini. Abbastanza per riconciliarsi, ogni volta, con questa città che per altri aspetti riesce spesso a farsi odiare.
Quando si riscuote lo stipendio ci si ricorda di essere dipendenti di agenzia interinale, di come può essere precario il proprio stile di vita, per quanto moderato. E, nonostante tutto, di come può considerarsi fortunato.
Dal 15 in poi di ogni mese ci si mette in coda davanti al banco: quelli che hanno un conto su cui accreditare la somma passano solo per prendere la busta-paga; quelli che non ce l’hanno ritirano anche un assegno, che poi devono andare a cambiare in una banca, non lontano da Piazza Duomo.
Lavoratori di ogni nazionalità, molti extracomunitari, di ogni età, di ogni estrazione sociale. Alcuni che probabilmente attraversano un periodo difficile e non trovano di meglio, cercando di mantenere quella dignità che intorno a loro vedono assottigliarsi.
Altri che, si capisce dai discorsi e dalle lamentele verso l’impiegata, pensano di essere, e magari sono, troppo qualificati per fare quello che fanno, chiedono maggior rispetto e considerazione, mentre firmano un contratto brevissimo, magari di un solo mese, e senza garanzie di continuità.
Altri ancora che festeggiano la firma di quello stesso tipo di contratto, che “garantisce” un altro mese di sopravvivenza.
Qualcuno arriva per la prima volta e viene subito invitato a sedersi a un tavolo, per compilare un modulo di iscrizione che spesso non capisce nemmeno, mentre tra i presenti, tra quelli che già lavorano, si sparge un aria di comprensione con contorno di sguardi d’intesa che vogliono dire varie cose:
- Eccone un altro! – Vieni, vieni! Eh, poi vedi! – Poverino, non sa cosa lo aspetta… - Ma questo proprio qui doveva venire? – e via dicendo.
Gli impiegati sono molto pazienti e disponibili, e non potrebbe essere altrimenti: ogni lavoratore iscritto è evidentemente una potenziale fonte di guadagno per l’agenzia.
Ma l’agenzia, intesa come azienda privata, quindi come società con fini di lucro, non pare esserlo altrettanto.
Alla fine di marzo, per la coincidenza di spese varie (bollette accumulate, assicurazione della macchina, affitto e altro) sono rimasto senza niente.
Ho pensato di poter chiedere un anticipo sullo stipendio e ho chiesto come fare. La prima risposta, estemporanea, dall’impiegata addetta alla ricezione è stata forse la più sincera:
- Che io sappia l’agenzia non dà acconti… Mmh… Ma ti faccio parlare col ragioniere… - il quale, con aria contrita e viso paonazzo, non si sa perché, esordisce dicendo:
- Dovresti scrivere una lettera e inviarla via fax...
- Dovrei? A chi?
- A noi, chiaro…
- A voi a Firenze o a voi a Milano, alla sede centrale? -
- A Milano, certo... Motivando la richiesta dell’acconto.
- Motivando?... Non ho più soldi!... Bene, grazie.
Scrivo la lettera, motivando. Tante spese, finiti i soldi. Mi basterebbero 300 euro, per arrivare al prossimo assegno.
Dopo qualche giorno mi chiamano:
- Dovresti farti fare un resoconto, dal datore di lavoro, delle ore lavorate fino ad oggi. Perché a Milano dicono “L’acconto, sì, ma su che basi?”
- Su che basi? Sulla base di un contratto firmato e rispettato, fino a prova contraria.
- Eh, sì, va bene… e comunque devo sentire la direttrice della filiale. Ma lo sai come sono queste cose.
- No, ma va bene lo stesso.
In fabbrica mi fanno la fotocopia del cartellino timbrato fino a quel giorno, la inviano loro stessi via fax all’agenzia di Firenze che la inoltra a Milano.
- Passa qualche giorno per la risposta, ti chiamiamo noi.
- Ancora qualche giorno, bene – intanto i soldi li ho finiti già da qualche giorno.
Dopo una settimana senza notizie, telefono:
- Ah… Sì, so che è stato accreditato tutto sul tuo conto.
- … Conto? Quale conto? Io non ho un conto!
- Ah… Scusa, allora fammi controllare… Devo verificare… Ti faccio chiamare stasera…
L’indomani mattina:
- Mi dispiace, nulla da fare. Non ti è stato concesso…
- Cosa?! Come no?!... Ma come cazzo ragionate! Ieri sì, oggi no?
Infuriato vado in agenzia. Il ragioniere, dopo avermi fatto aspettare 15 minuti, forse per paura che lo prendessi a schiaffi, si presenta sempre più paonazzo:
- Mi dispiace, mi sono sbagliato, avevo scambiato il tuo caso con un altro…
- Il mio caso…
- Eppure, con la direttrice si era detto… Pareva che… La lettera era scritta bene, motivando…
- Bene. Ma la motivazione del rifiuto?
- Eh, chi lo sa… Non si può sapere…
- Non si può sapere? Per 300 euro di merda? Che fra l’altro sono soldi già miei, che dovrai darmi comunque? E ora come ci arrivo fino al 15? Chiedo un prestito agli amici?... Motivando?...

martedì, 04 settembre 2007

                  sottraimi alla vista
                  come una volta
                  come l'ultima
                  come quando mi nascondevi dietro la schiena 
                  per non farmi riconoscere il mondo,
                  dal mondo, che scruta dentro 
                  come fossi suo
                  sottraimi

                  voglio vedere senza essere visto
                  attraversare di sguardi persiane e reticoli
                  di strade di sole e di nebbia
                  sottraimi al destino 
                  delle parole sfuggite

                  sottraimi e spiegami come
                  si tiene il fiato in silenzio 
                  finché sarò pronto ad amare
                  la vita

mercoledì, 15 agosto 2007

"... ogni accenno, ogni sorriso
ogni piccolo fremito d’ansia
come una pioggia d’istanti
scorrono via sui miei occhi
come l’acqua di marzo
sui questi vetri freddi
e vorrei poter toccare
ogni piccola goccia di vita
che cade scivolando
sul tuo viso
e bagnarmi le dita
per sapere che vivo..."

domenica, 29 luglio 2007

Jeff Buckley - Calling you

*Titolo di una raccolta di racconti di Raymond Carver

giovedì, 12 luglio 2007



Una macchina profilatrice è come un grande sistema digerente al contrario: da un composto informe e indifferenziato si produce un profilato ben definito da spessori, lunghezze, consistenza e colore.
Le macchine sono disposte “a pettine”, perpendicolarmente al lato lungo del capannone, formando dei “corridoi” fra una e l’altra sufficienti al passaggio di un operaio. 
Ci sono dieci profilatrici nel reparto, ma non tutte lavorano contemporaneamente, anche perché sono sempre al massimo due gli addetti che se ne occupano. A seconda delle necessità e delle richieste, però, si possono avere in funzione anche fino a otto macchine insieme, e non è raro che, per ragioni diverse, ci sia un solo operaio a seguirle.
La temperatura del reparto profili è la più alta di tutta la fabbrica, sia per il calore sviluppato dalle macchine, sia per la scarsità di affacci sull’esterno di questa parte di capannone e a quanto pare questo caldo influisce in modi diversi sulle persone.
In realtà una macchina profilatrice è una sequenza di “organi” diversi disposti uno di seguito all’altro secondo la logica della produzione.
All’inizio c’è una specie di grosso imbuto, da dove viene immesso il materiale plastico di partenza, un granulato secco normalmente grigio (raramente avorio o bianco) i cui grandi sacconi sono disposti nel piazzale. A seconda del tipo e della qualità prende vari nomi: “il laziale”, “il francese”, ecc.
Il composto dall’imbuto finisce in una specie di forno che lo porta alla temperatura di fusione, lo rimescola per eliminare il più possibile impurità e bolle d’aria, rendendolo omogeneo e fluido.
Il “maestro” di questa fase è Pino, un anziano signore pugliese che a vederlo, e a sentirlo parlare, penseresti che è di quelli che nonostante l’età si ostinano a continuare a venire al lavoro, e non si decidono a lasciare il posto a qualcuno più giovane.
Ma lavora qui “solo” da 34 anni, gli manca ancora un po’ per mollare, e poi  conosce le profilatrici, che sembrano avere la sua stessa età, meglio della sua famiglia. Potrebbe smontarle e rimontarle, anche con pochi e scarsi attrezzi, in poco tempo, ne sente i problemi e ne conosce i limiti, forse proprio perché, a parte un paio di macchine più nuove, le profilatrici sono della “sua” generazione.
Dopo il forno, di cui si può regolare la temperatura per controllarne la consistenza, il composto viene spinto nel profilo vero e proprio. Basi, cappelli, e fianchi si ricavano dallo stesso profilo, cambiano nome e posizione nel mobile in plastica solo in base alla lunghezza.
C’è un profilo unico anche per i divisori verticali interni e i ripiani orizzontali, mentre i retri e le stecche di collegamento dei retri stessi necessitano di profili diversi, per dimensioni e forme. Colui che non cambia mai, che mantiene sempre lo stesso atteggiamento nei confronti di qualunque situazione di lavoro è Antonio, toscano, ma di origini sarde, a giudicare dal cognome. Corporatura imponente, da rugbista, ha sempre lo stesso passo, lungo e lento, in ogni momento e non si scompone per nessuna ragione al mondo. Di lui si dice che, in un momento di questioni poco chiare sul piano degli stipendi, è stato l’unico ad alzare la voce nei confronti dell’azienda e ad ottenere quello che voleva.
A vederlo non si direbbe, tanta è la flemma che dimostra, unita a un tono di voce sempre pacato e ai modi schivi. Eppure è quello più efficiente, quello che fa, pare, più volentieri il turno di notte, dalle 22 alle 6, ma anche quello più disincantato e con meno aspettative, quello con meno rivendicazioni da urlare e recriminazioni da sibilare quando i titolari non sono nei paraggi.
Il più incostante invece è Davide, “il bambino” lo chiamano gli altri, un poco più che ventenne, dai modi da sbruffone e poco incline all’applicazione, colui al quale, quasi per pregiudizio, fondato, si addossano le colpe di tutte le  disfunzioni  e degli errori imputabili alla profilatura: rotture, misure sbagliate, eccessiva rigidità o flessibilità dei profilati e varie altre cose.
I pezzi profilati, che iniziano a raffreddarsi subito, passano attraverso un cosiddetto “traino”, un doppio cingolo con cui il pezzo viene “estratto” fuori dal profilo alla velocità giusta per non rompersi o sfibrarsi e nello stesso tempo viene mantenuto orizzontale e orientato verso il pianale successivo, dove l’aspetta la sega circolare che gli dà la misura.
Che poi è l’unica misura certa, anche se col raffreddamento, ogni pezzo tende a “ritirarsi” di circa un millimetro, mediamente, per ogni metro.
Ogni altra cosa mantiene un grado di incertezza e impossibilità di controllo che mette la riuscita della produzione nelle mani delle persone che di volta in volta si occupano di essa: i dirigenti che mirano alla quantità, l’operaio che mira alla minimizzazione degli sforzi, il tecnico che mira alla funzionalità delle macchine. In questo contesto ogni decisione e strategia vengono messe continuamente in discussione e ciò che ne risente di più non può che essere la qualità del prodotto, alla fine dei conti la cosa meno rilevante del processo produttivo.

mercoledì, 27 giugno 2007

                           scende di sbieco una goccia
                           mentre veloce mi muovo
                           troppo veloce 
                           accumulando calore di sfida
                           nelle vene e negli occhi diritti
                           fermami se puoi 
                           o rinuncia
                           all'orgoglio del posto a sedere
                           aspetta il tuo turno, arrivo anche a te
                           una virgola sola mi basta
                           di tempo e di senso
                           per correre meno e guardarti negli occhi
                           scambiare al contatto calore 
                           per echi di notti più fresche

                           scende una goccia più dritta
                           malgrado la corsa continui
                           per effetto non solo
                           di gravità

mercoledì, 13 giugno 2007

                              sussurri di notte tiepida
                              che aspetta lumi di pace
                              questo si sente alla fine
                              di un goffo origliare alla sera

                              si perde per strada in un'eco
                              una timida voglia di sole
                              accompagna le dita all'orecchio
                              per sciogliere un vecchio dolore

                              un sorso ancora e di nuovo
                              e la notte famelica smette
                              di tessere trame d'asfalto
                              coperte da morbida seta

                              le vite incrociate si disfano
                              le dita intrecciate si placano
                              qualcuno ritratta sentenze
                              e la notte riapre gli scuri

                              se ora avesse più testa
                              dovrebbe occultare le cose
                              le timide arie di senso
                              che tenta di rappresentare

                              ma l'anima sfugge da sola
                              da ogni spiraglio e riflesso
                              da ogni bicchiere di vita
                              che timido e tiepido beve

lunedì, 04 giugno 2007



L’asfalto del piazzale, con l’alternarsi di pioggia e sole si sfalda sempre di più. Diventa sempre più problematico attraversarlo con le gondole piene di spazzatura, da portare ai cassonetti. Le scatole piene di segatura di plastica, teli rotti, avanzi di cibo e rotoli di estensibile finiti, cascano da ogni parte per le vibrazioni e i sobbalzi. Per percorrere i trenta metri fino al cancello ci si mette così tanto che si rischia di sentirsi accusare di essere lenti e imbranati da qualche dirigente di passaggio.
Come per uno strano destino riservato a coloro che di volta in volta si occupano di questa mansione, capita regolarmente che si alzi un po’ di vento. Così la polvere e la segatura si spargono ovunque, lungo il tragitto e davanti ai cassonetti.
Questi si trovano quasi davanti all’ingresso di una ditta di materiali elettrici, lì accanto, dalla quale spesso viene fuori il titolare a lamentarsi dell’eccessiva quantità di rifiuti nostri, che impediscono ai loro di trovare posto. Ma soprattutto a lamentarsi del fatto che i nostri residui di polvere di plastica andrebbero smaltiti in modo diverso e più sicuro, che è rischioso starci in mezzo quando c’è vento e che i vigili urbani, se passassero, gli farebbero una multa che dovremmo invece pagare noi.
Il modo più sicuro per lo smaltimento è, comprensibilmente, più costoso e fastidioso per entrambe le ditte, perché anche loro a volte riempiono i cassonetti di materiali ingombranti e poco sani, costringendo noi a lasciare i nostri per terra, cosa che non si potrebbe fare. Così si va avanti con questo balletto di responsabilità e lamentele, e qualche litigio più acceso fra i titolari, senza mai uscirne, ma anzi con la sensazione di assistere a un consolidato gioco delle parti.
La maggior parte delle volte si va in due, per aiutarsi a vicenda, oppure con due gondole, per buttare via anche la spazzatura del reparto profilatura e ottimizzare i tempi. All’inizio del turno mattutino, con le gondole lasciate piene la sera prima o la sera, dopo le pulizie di fine turno.
Preoccupandosi anche di trovare un pezzo di legno o un rotolo di cartone abbastanza rigido per tenere su il coperchio del cassonetto, che altrimenti si deve tenere con una mano, mentre con l’altra si tenta di sollevare e di rovesciare le scatole. Le quali poi vanno riportate indietro vuote e riusate il più possibile, finché reggono, prima che si disfino del tutto.
Con entrambe le mani occupate in questa operazione è facile rimanere inerti all’assalto della segatura di plastica, so