"...a tutte le parole che non sono con me ora e che arriveranno, poche per volta, per non esagerare..."
Feaci poesia feaci poesia
in levare
*loading*

La prima volta che lo vidi era venuto a lavorare al montaggio del bar estivo, dentro il cortile del vecchio carcere dismesso. Sopravviveva di lavoretti saltuari e di fotografie. Alto e magro, scarpette di tela bianca, pantaloncini corti da bambino, maglietta rossa. La macchina fotografica sempre dietro, a cercare di fissare il tempo. Discussioni interminabili sulla giusta posa in opera di una vite o di un pannello, ma subito intesa sul modo di affrontare il lavoro. Impegno e rispetto, senza risparmiarsi. E poi i racconti. I viaggi per l'Europa senza una lira, ma un carico di fotografie al ritorno con cui strappare una mostra a qualche piccola galleria o a qualche bar con le pareti libere. Il servizio d'ordine di Lotta Continua, le botte date e prese, i denti rotti, i sogni spezzati, gli scontri con la ritrosia della città a tirarsi fuori dalla melma di "saltimbanchi e vecchie zie che infestano il paesaggio". E poi le pause infarcite di canti partigiani, intonatissimi,  Rolling Stones e De Andrè, e poesie surreali e futuriste, estemporanee e demenziali.

Il Cuba Libre non è un cocktail IBA. Non è codificato dall'associazione internazionale dei gestori di bar. Per questo ogni barman lo fa come vuole o come impone la tendenza del luogo o del momento. La base alcolica è il rum, circa 50 g, miscelato nel tumbler alto da long drink, sul ghiaccio a cubetti, con circa 1/2 bottiglietta di Coca Cola e circa un cucchiaio di succo di limone. Ed è sul quel "circa" che si gioca tutto. Su quale rum e in quale quantità, in rapporto alla Coca Cola, sul mettere o no il succo di limone, sull'usare o no la fettina di limone per decorare, piuttosto che due pezzi di lime, spremuti con le dita o schiacciati col pestello insieme a due cucchiaini di zucchero di canna. Su ognuna di queste cose si può intavolare una diatriba tra avventori o un litigio col barman.

Felix, così gli piace farsi chiamare, spesso ti si avvicina, mentre stai pensando ai fatti tuoi o stai parlando con qualcuno, e ti propina la sua filippica alcolica, ripetitiva e sconnessa, contro la città bigotta e razzista, contro i cassonetti stracolmi di inutilità, contro quella scema che mi guarda storto, contro il barista che gli ho chiesto da bere da mezz'ora. E' suscettibile, Felix, ma è anche generoso. Della sua  risata afona, ma col risucchio urlato, delle sue mani bollenti da pranoterapeuta, del suo senso di colpa per le nefandezze dell'Occidente. E anche della sua esperienza in fatto di bevute.

Il Cuba Felix è una variante "colta", frutto di conoscenze alcoliche variegate, di esperienza diretta e affinamento progressivo. Dopo lunghe e ripetute sedute di prova si arriva a un gioco di equilibrati contrasti. Innanzitutto il tumbler basso, old fashioned, per distinguersi. Ghiaccio a colmare. 4/10 di rum tassativamente Barbancourt, più secco degli altri, per contrastare meglio, e meglio equilibrare, i 6/10 di Coca Cola. Una spruzzata di Triple Sec e in opposizione due gocce di Angostura. Due pezzetti di lime, ma non spremuti, solo per l'aroma. Niente zucchero, niente limone.

Dopo aver sbandierato per mesi la sua "creatura", dopo aver istruito i barman di mezza città, che l'hanno messa nel loro repertorio, dopo essersi guadagnato anche la citazione di qualche rivista specializzata, Felix ha abbandonato il suo drink al suo destino. Ora esiste ed è di tutti. Intanto lui continua a sopravvivere, tra colazioni a base di vino bianco e aperitivi a base di Martini Cocktail. Gira la città con un carrello, pieno di locandine e flyer, agganciato alla bicicletta. Ha fatto della distribuzione di volantini pubblicitari il suo sostentamento, e in questo lavoro, come nelle polemiche etiliche senza fine, non ha rivali.
mercoledì, 13 febbraio 2008

Arriva trafelato più di mezz’ora prima dell’orario suo. Fa il suo ingresso da star, salutando i presenti con baci volanti e sorrisi smaglianti. Attraversa la sala con incedere da modello e va a parlottare in disparte con la proprietaria. Dicono che faccia la spia. Di sicuro le fa il resoconto della sera prima. Gli errori e i problemi, con i clienti e con i colleghi. Racconta quelle che secondo lui sono le cattiverie degli altri baristi, l’insubordinazione delle ragazze che stanno in sala. Poi si allontana. Sale su agli spogliatoi e ci rimane almeno venti minuti. Si sente da fuori rumore di phon e odore di lacca o schiuma per capelli. Indossa le sue magliette aderenti e lucide e scende a prendere il suo posto dietro al bancone. Non si preoccupa del carico dei frigoriferi e della preparazione del banco, che gli spetterebbe, ma si mostra infastidito se non trova tutto al suo posto. Non è molto amato, e forse ne soffre. Si circonda di amiche, brasiliane come lui, ma è abbastanza evidente che non è interessato a loro. Non sessualmente, almeno.

Il Dudù Martini è una variante brasiliana di quello che di solito viene chiamato Cocktail Martini, ma che in realtà è il Montgomery, inventato da Ernest Hemingway, venti anni dopo, a Cuba, come variante alcolizzata del Martini originale, dove si mantengono i 2/10 di Martini Extra Dry e si miscelano agli 8/10 di gin (il migliore possibile!)
Nel Montgomery si sciacqua il ghiaccio nel mixing glass con il Martini Extra Dry, che poi si butta via (in alternativa si versa nel bicchiere ghiacciato, e dopo si butta via). Si mette il gin e si agita. Pochi secondi e si versa il gin così aromatizzato nella classica coppa cocktail. Si decora con oliva verde e si finisce, a scelta, con twist di scorza di limone.


La prima e ultima volta che gli ho chiesto da bere è stata una delle pochissime sere in cui sono rimasto nel bar, dopo il lavoro. Finito il servizio a pranzo, passo in cucina a preparare l’aperitivo, e di solito vado subito via. Quella volta mi sono trattenuto, insieme agli altri che staccano con me.
- Allora, bimbi, cosa vi do da bere? – dice Dudù, con tono di sfida – Ci devo pensare io a farvi mandar giù bene questi aperitivi così tristi? - indicando i vassoi pieni di stuzzichini che gli ho messo davanti.

La versione di Dudù prevede che ci si dimentichi di preparare le olive verdi sul banco, che ci si metta a chiacchierare di bandane e camicie da discoteca con gli amici, invece di raffreddare il bicchiere, che si confonda la bottiglia di gin con una di vodka e si ricominci da capo, che si stia minuti a rigirare il gin nel ghiaccio in modo che si annacqui per bene, fino a quando non è il cliente allarmato che pensa ad avvertire il barman che forse basta così.

Ha messo in giro la voce che guadagna il doppio di tutti gli altri. E forse è vero. E forse si spiega con il suo ruolo di informatore. Si comporta come se fosse il proprietario e dice di sentirsi solo.
La sua specialità è la scenografia. È stato assunto perché si inventa beveroni coloratissimi e imbevibili, decorati come ballerine di samba, che mandano in visibilio i titolari del locale.
- A me un Cocktail Martini – rispondo con un po’ di cattiveria, per metterlo alla prova con le cose serie e aspetto, con un po’ d’ansia, il momento cruciale.
- E basta! – gli dico, quando vedo che insiste a girare il gin nel ghiaccio.
- Oh, Ciccio, lo so io come si fa il Martini! – facendosi forte dell’appoggio della proprietaria, che guarda la scena seduta davanti alla cassa.
Fa il gesto di porgermi il bicchiere e io lo appoggio sul banco, senza assaggiarlo.
- Questo te lo bevi tu,  alla mia salute – con un gran sorriso vado alla cassa, soddisfatto pago ed esco. Una birra al circolino e poi a casa.
sabato, 19 gennaio 2008